mercoledì 2 maggio 2012

In Svizzera 50 miliardi di euro “evasi” che a Monti non interessano

Gran dispiegamento di forze ad ogni ponte, ad ogni week end, ad ogni festività che sia civile o religiosa per cogliere sul fatto chi non rilascia scontrini fiscali al bar, ristorante, night club e compagnia cantante o per indagare su chi ha auto di lusso, SUV, macchine sportive pur non avendo reddito minimamente adeguato. Opera meritoria e sacrosanta, benedetta da chi mastica amaro con pensioni al minimo, salari terzomondisti, pensioni da fame. Soddisfazione legittima, ma più psicologica che reale. Quanto si recupera, a parte il guadagno in immagine, da simili operazioni? Possiamo presumere pochi spiccioli, una benemerita operazione “culturale” dunque, un invito ad un cambio di mentalità, giustificatissimo, ma certo destinato a non far gran che in termini di cassa. Eppure la cassa si potrebbe fare, volendo, ma non siamo evidentemente colà dove si puote / ciò che si vuole...


Perchè volendo, appunto 50 miliardi di euro sarebbero lì, non a portata di mano ma a portata di un accordo con la Svizzera già sottoscritto da Paesi come Gran Bretagna e Germania, sempre ascoltati e magnificati dal leader supremo e non eletto Mario Monti quando si tratta di aumentare tasse e beni primari, ma a cui il nostro offre orecchie da mercante quando si tratta di colpire i detentori di veri capitali. Nelle casse delle banche svizzere si stima che ci siano almeno 150 miliardi di euro degli evasori italiani. Se lo Stato intervenisse potrebbe prendersene fino a 50. Come scrive Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano di domenica 29 aprile, al Governo italiano questi soldi però, non sembrano proprio interessare. 


Nella conferenza stampa di mezzogiorno del 17 aprile il commissario europeo alla Fiscalità Algirdas Šemeta, aveva spiegato ai giornalisti presenti che gli accordi di Gran Bretagna, Germania e Austria con la Svizzera, i paesi che hanno deciso di tassare i capitali portati in Svizzera, sono perfettamente compatibili con il diritto comunitario. Nel 2013, questi accordi produrranno i loro effetti sulla spesa pubblica ed impediranno tagli. L’ultima firma in proposito è quella del governo, Feltri spiega come funziona l’accordo: “Nei forzieri elvetici ci sono almeno 20 miliardi di euro austriaci frutto di evasione. I residenti austriaci titolari dei conti o i beneficiari dei trust e degli altri strumenti giuridici per nascondere le tracce, se vogliono mantenere i loro capitali in Svizzera dovranno pagare una sanzione una tantum del 30 per cento, modulata poi a seconda della durata dei depositi, che può nella pratica oscillare tra il 15 e il 38 per cento”.


“È una specie di condono fiscale, – spiega Feltri – è vero, ma di entità ben diversa da quel 5 per cento applicato da Giulio Tremonti ai suoi tempi. E soprattutto gli effetti continuano: tutti i proventi dei capitali e degli altri strumenti finanziari (dai dividendi ai capital gain) saranno tassati al 25 per cento ogni anno. La Svizzera si accolla il ruolo di esattore per conto dell’Austria e in cambio conserva il segreto bancario, l’unico vero strumento che le è rimasto per attirare i capitali nel Paese (visto che spesso derivano da evasione fiscale o altre pratiche illecite)”.
foto tratta da inpastoalsilvio.wordpress.com

Molto simili gli accordi sottoscritti da Gran Bretagna e Germania, anzi a proposito di Germania, la Spd, il partito socialdemocratico, si è opposta all’accordo negoziato dal governo di Angela Merkel e ha ottenuto condizioni ancora più punitive per gli evasori: un prelievo una tantum tra il 21 e il 41 per cento (invece che tra il 19 e il 34) e una patrimoniale colossale del 50 per cento per chi eredita un conto svizzero e non lo dichiara al fisco tedesco. E l’Italia? Il governo Monti ha chiarito la sua posizione all’inizio del mandato: favorevole agli accordi con la Svizzera per far pagare gli evasori ma nel quadro di un’intesa comunitaria. Un quadro del quale inglesi e tedeschi pare non si siano preoccupati molto andando avanti per la loro strada. 

Ma come è noto, nel nostro Paese quando non si vuol risolvere nulla ci si appella sempre al fatto che il “problema è a monte oppure a valle”, insomma non è mai lì dove ci si trova. Si sta sempre lì a correre sul monte o a scendere a valle, come fanno gli “sherpa” che stanno al servizio degli scalatori occidentali. Servi e padroni, la solita commedia, la conferma di quel che diceva di noi uno statista di qualche decennio fa: “L’Italia non è un Paese povero, è un povero Paese”, come dimostra la fascinazione che un modesto professore ha esercitato su gran parte degli italiani.


Fulvio Scova

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